Categorizzando il Gin Britannico

La suddivisione in categorie del Gin aiuta a capire meglio cosa stiamo bevendo.
Sebbene manchino riferimenti legislativi che obblighino i produttori a spiegarci in maniera adeguata i processi produttivi, è utile informarsi e iniziare a lavorare su delle categorie precise, in attesa che anche il “legislatore” si adegui al panorama mondiale attuale.

The Gin Guild

È quindi molto interessante parlare della suddivisione operata da The Gin Guild (QUI abbiamo già parlato di questo Club che riunisce i principali player di questo mercato), che suddivide i Gin (solo quelli U.K.) in questo modo:

– London Dry Gin
(Nessun trattamento o aggiunta post distillazione, salvo quanto stabilito dal disciplinare EU. Minimo contenuto di zucchero, da qui la dicitura “dry”)
– Contemporary Gin (Contraddistinto dal uso di “botanici” non tradizionali, sia durante la distillazione, o come interventi eseguiti in secondo tempo, tipo l’Hendrick’s)
– Old Tom Gin (Distillato con “botanici” tradizionali, lo zucchero può essere aggiunto successivamente)
– Cask Gin (un Gin che sia affinato o modificato tramite l’uso di botti in legno)
– Sloe Gin (un Gin infuso mediante macerazione, l’unica categoria nella quale il
Ginepro può non essere predominante)

Fin qui, tutto “normale”, è una suddivisione classica e ampiamente condivisa nel Mondo, ma The Gin Guild aggiunge 2 categorie che NON riconosce come Gin, ed è questo l’aspetto su cui riflettere:

“Le seguenti categorie non rappresentano Gin distillati e quindi non sono riconosciute da The Gin Guild:
– Macerated Gin (Lavorazione a caldo o a freddo, i “botanici” aggiunti a un alcol base, come per il “bathub Gin”, nato durante il Proibizionismo negli Stati Uniti, e non distillato)
– Compounded Gin (un mix di “botanici” predistillati e poi assemblati insieme)”

 

Premesso che anche un Gin NON distillato può essere di qualità, se le materie prime lo sono, è normale dedurre che i costi di produzione siano diversi: non bisogna costruire nessun impianto particolare, non c’è la necessità di un Mastro Distillatore, sono 2 mondi diversi.
È opportuno iniziare a riflettere su questi aspetti, anche come consumatori finali, per capire quanta parte di ciò che paghiamo finisca in marketing e quanto in costi di produzione reali. Bisogna ovviamente contestualizzare questo discorso, calarlo nella realtà inglese, dove il Gin è un patrimonio da tutelare, da attacchi provenienti dall’esterno: se volessimo allargare questa suddivisione globalmente e anche all’Italia, molti dei prodotti che beviamo non rientrerebbero in questi parametri.
In definitiva, il Produttore è responsabile delle proprie scelte, ma riteniamo che sulle etichette dei Gin debbano essere inserite più informazioni riguardanti i metodi e luoghi di produzione, così come avviene per altri tipi di bevande, senza che questa richiesta rappresenti una minaccia o un sacrilegio. Un consumatore meglio informato contribuirà alla crescita di questo mondo, così come è avvenuto ad esempio per il vino.

Fonte della suddivisione:
http://theginguild.com/ginopedia/gin-brands

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